La fuga dalla rocca

Senigallia, 1502 – I volti cupi rischiarati da una luce fioca e dall’alone della paura sfilavano davanti ai suoi occhi sbarrati. Tutte quelle persone in fuga la fissavano per un breve istante, la riconoscevano, alcuni accennavano un lieve saluto con il capo, ma nessuno fece niente per metterla in difficoltà, evitando così che i soldati di Cesare Borgia si accorgessero di lei. Ciò che il Valentino stava mettendo in atto nella sua Signoria era un vero e proprio eccidio, un’azione che prima o dopo avrebbe trovato il modo di vendicare. Ora, però, l’unica cosa che contava era mettersi in salvo, saltare su un cavallo e fuggire lontano, verso Firenze e poi Genova, per assicurarsi che il figlio Francesco Maria fosse al sicuro. Aveva sempre saputo in quegli anni di quieto vivere a Senigallia, tra le mura difensive della Rocca Roveresca e il palazzo fatto costruire dal marito in via Mastai (dove è ancora visibile il simbolo dei Della Rovere a testimonianza della loro presenza in passato) che la gente del posto la amava, la ammirava, la considerava una di loro sebbene originaria di Urbino, però soltanto adesso, in quel frangente di terrore, morti e urla in cui era piombata all’improvviso, il loro inaspettato comportamento solidale e fraterno la faceva sentire davvero a casa.

Gli occhi spaventati di Giovanna da Montefeltro mentre lottava per la vita in quel tragico 1502 non videro mai quanto graziosa sarebbe diventata la sua Signoria a distanza di secoli, però ottennero ciò che più di tutto cercavano: la salvezza. La prefettessa non morì infatti sotto i colpi d’arma di Cesare Borgia – la cui carneficina è oggi ricordata dove sorge la scuola Pascoli grazie a una sobria lapide – ma ben undici anni più tardi, in un comodo letto nelle sale di Palazzo della Rovere a Roma, donato a suo marito da papa Sisto IV, per essere infine seppellita nella Basilica di Santa Maria del Popolo.

Frate Gratia de Grancia nella biografia di Giovanni Della Rovere

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